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Utente: benjamenta
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Il Plan B Bureau è un piano di consistenza. Virtuale e corporeo. Visibile e invisibile.Il PBB Si occupa principalmente di raccogliere parole, gesti, affetti, immagini e presenze che proliferano orizzontalmente dentro e contro la metropoli. E' una muta che condivide un gesto, dei desideri, delle parole. E' una banda che condivide dei luoghi, delle passioni, degli strumenti, degli eccessi e dei resti. Tramite l'Istituto Benjamenta svolge una ricerca senza fine sulle forme di sovversione contemporanea.

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18/08/2009

A proposito di "dispositivi" e di sciopero umano...





Viene a fagiuolo l'articolo dell'Institute for Experimental Freedom  (1) appena tradotto in italiano su Urgence (2).
Una recensione blanquista dell'ultimo film di Soderbergh "The Girlfriend Experience" (di cui consigliamo vivamente la visione). In un paese  che tanto è bigotto  quanto è ossessionato dal "sesso" come l'Italia, dove tra i bacchettoni  e i sesso-ossessionati bisogna annoverare anche il 98 % degli ambienti di movimento,  e dove governa anche la massima espressione dell'escortismo, l'analisi dell'IEF è particolarmente (im)pregnante.
Ci permettiamo di dire che questo testo è uno dei pochi casi in cui ha senso parlare del tanto abusato termine di "biopolitica". L'invito allo Sciopero Umano non è mai stato attuale come adesso.
On strike folks !

1) it-est-futurum.blogspot.com/
2) www.urgence.splinder.com




 
postato da: benjamenta alle ore 00:50 | link | commenti (8)
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14/08/2009

TIQQUN

"Una metafisica critica potrebbe nascere come scienza dei dispositivi"


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TIQQUN - Una metafisica critica potrebbe nascere




"Trovare le regolarità, i concatenamenti, le dissonanze; ogni dispositivo ha la sua piccola musica che bisogna leggermente scordare, distorcere incidentalmente, far entrare in decadenza, in perdizione, facendola uscire dai cardini."

postato da: benjamenta alle ore 20:31 | link | commenti (1)
categorie: bocce, tiqqun
28/07/2009




C'è una antica storia

by Istituto Benjamenta


dedicato a chi non ha mai compreso...


C'è sempre un'antica storia che ci ossessiona, tramite la memoria, l'immaginario, i sogni, un gesto magico che alternativamente può distruggere o illuminare una vita. Quante sono le vite che sono state schiaffeggiate dalla perversione genitoriale verso i loro figli e figlie, che sono coloro che poi ripeteranno in altre forme quella violenza proprio perché non debba più avere significato? Intanto, si soffre. Quante sono le vite perdute che si devono a un malinteso che affonda esattamente in quell'episodio che sfuggì a tutti quella volta? Eppure, si ride.

E tutta la felicità verso la quale siamo orientati, come il girasole di Walter, non ci arriva forse da quella cassa di giochi dalla quale esumavamo a piacere tutta la storia e tutti i nomi del mondo? Tuttavia, il terrore ancora spezza l'aria.

L'antica storia come ossessione, che fa eco da un lato all'altro della sua doppia possibilità.

La polarità insita nell'ossessione può forse essere spezzata, positivamente, solo se un altro evento, delle percezioni, un affetto, una scossa, un incontro, interrompendo la ripetizione di quella doppia possibilità, sfonda e distrugge la parte di storia che ci rende schiavi della memoria che non giova, dell'immaginario falsato dal retrogusto del sempre-già-vissuto, dai sogni che non sono mai finiti nel bene o nel male, da una magia nera che ci cattura nel suo vortice di negatività per restituirci a noi stessi, invece di farci andare via liberi. In una vita, o quelle storie vengono redente e divengono delle particelle in grado di divenire forma – forma-di-vita, appunto – oppure ci schiacceranno con le loro pretese. Bisogna emancipare il ricordo dalla possibilità e farne brillare solo la potenza. Resistere alla storia è vitale, per essere veramente vivi adesso.

Joy Division: Where will it end?




Un'antica storia, ad esempio, è quella di una diserzione cominciata tanti, tanti anni or sono. Quando comincia, non si sa bene da cosa ci si sta separando: un mondo, un territorio, una lingua, delle molecole, un soggetto, una soggettività, una politica, una fisiologia. In ogni caso comincia. Comincia sempre di nuovo. E lo si fa insieme.

Ed è un gesto, la diserzione, che si ripete più volte in una vita. Non basta eseguirlo una sola volta, non è un rituale battesimale né un virtuosismo, ma un percorso discontinuo che presenta enigmi, allegorie, dirupi, incroci. Non basta farlo una volta anche perché l'esistenza non è mai l'esistenza di un soggetto, essa è quella di un noi che non è mai un soggetto. La diserzione forse ci insegna principalmente questo: ovvero che il noi è sempre altro, anche da noi stessi. Il noi ci fa come siamo singolarmente, mai il contrario. Inoltre questo noi avviene nel tempo, e il tempo non è qualcosa di vuoto, il tempo è ciò attraverso cui si dipana un insieme di forze e di affetti che ogni volta fanno sì che così sia e così siamo. La singolarità è stata detta qualunque anche per non doverla mai più legare a quella voce che dice io e che sempre ci appare intrisa di menzogna.

 


Ci sono differenti noi, tuttavia. Si potrebbe anzi dire che vi sono noi che non sono dei veri noi ma una loro contro-effettuazione ingannevole e dei noi che sono qualcosa di più e di meno, di vero e di estatico. Possiamo chiamare questo secondo genere di noi con i più svariati nomi che il tempo ha impresso sulle loro forme: comunità, classe, banda, partito, comune etc. etc. La questione, ovviamente, non è affatto risolvibile nel nudo nominare, si tratta sempre di capire l'operazione che questo nominare fa esistere. E quello che viene in esistenza non è una soggettività, quale che sia, è una forma-di-vita che scivola nel tempo scavandolo e venendone scavata. La comunità non è la comunità, il partito non è il partito, la comune non è la comune, la classe non è la classe. Se lo diventano si è già perso. Quei nomi, quelle operazioni riguardano invece l'assunzione del loro vacillamento, della loro finitezza e della loro potenza di essere come di non essere. Si è veramente un noi, solo se si è capaci di pensarne la potenza in questo preciso senso.


I noi che invece non sono dei noi bensì dei dispositivi di cattura, li conosciamo bene, una sterminata landa di pseudo-noi attraverso i quali il dominio si è sempre prodotto e riprodotto.

Il primo di questi (non)noi, ca va sans dire, è la famiglia. Quella in cui ci è capitato di arrivare non era già più la “calda” famiglia patriarcale dei nostri bisnonni, non era ancora nemmeno quella frigida cellula sociopatica e assassina che stupidamente continua a portare ancora oggi quel vecchio nome. Era una famiglia qualunque. In questo perfettamente ai tempi, solidamente esplosa e banalmente immersa nella società, nel lavoro, nella televisione di stato, nella politica al tempo della sua liquidazione, nel tempo dell'insurrezione strisciante, il famoso lungo maggio italiano. Il ricordo della VISIONE, una casualità non casuale, della prima manifestazione violenta con indosso i pantaloni corti e la famiglia accanto che osservava: osservava me non la manifestazione, forse ne percepiva l'estasi. Una reale casualità, la famiglia, come il quartiere in cui si nasce o la lingua a cui si viene addestrati e che non è mai la nostra vera lingua. Una famiglia così qualunque che poteva dare corso a inconcepibili devianze come a ipernormalità patologiche. Una famiglia che era un continuum di famiglie, come un flusso, unificato da istituzioni in degenerazione (la Scuola! La Fabbrica! L'Ufficio! La Chiesa!), crollate sotto le nostre mani e poi sempre più connessa da dispositivi i quali, rispetto alle istituzioni, sono più subdoli, più filamentosi o più evanescenti. È da bambini che ci si inizia al loro funzionamento e al loro sabotaggio e se si è fortunati, se si è abbastanza svegli, se si oltrepassa lo specchio dandogli l'importanza che non ha, da lì comincia un gioco complesso, duro, ma anche eccezionalmente appassionante e dolce. Il primo dispositivo che una bambina o un bambino riescono a disattivare o a disertare, se non a distruggere, rimarrà sempre come il ricordo sempre rinnovantesi della gioia di una libera esistenza.


La diserzione (della famiglia, dello stato, del genere, della lingua...) o comincia nell'infanzia o mai più. Se non siete convinti di questo, siete dei controrivoluzionari che lo sappiate o meno. Benjamin nel suo Programma per un teatro proletario di bambini infatti pone a 4 anni l'età adatta all'inizio della cosiddetta “educazione proletaria”. Quando Benjamin scrive: “Veramente rivoluzionario è il segnale segreto dell’avvenire, che parla dal gesto infantile”, non si può fare a meno di pensare che quel segnale è quello che decide. Cioè, che decide di una vita. I bambini, le bambine, arrivano a esser-ci quando abbandonandosi al gioco dell'essere mille cose, mille facce, mille emozioni e allo stesso tempo una forza, cioè iniziandosi al sabotaggio del dispositivo dell'identità, iniziano questo processo di diserzione comune che li porterà inevitabilmente a creare la scintilla che dall'a-venire rimanda indietro il bagliore della rivoluzione. L'infanzia fa provare delle passioni travolgenti, degli affetti terribilmente seri,  specialmente quando si producono nel ludus. Nell'infanzia si ama e si odia con forza inumana, ciò che gli adulti il più sovente tendono a rimuovere per paura di esserne travolti o di sentirsi intimamente per quello che altrettanto spesso sono divenuti: dei traditori della loro stessa infanzia. Per non essere stati capaci di rimanere fedeli a quella decisione, o per non aver mai avuto il coraggio di affrontarla e farsi prendere da lei. In questo senso non si “nasce” comunisti o no: è il comunismo che ci chiama. Non si “nasce” devianti o no: è la devianza che ci richiede. Non si “nasce” a un conflitto che invariabilmente condurrà alla ricerca del come si fa una macchina da guerra o ad un'esistenza che ha il sapore di una sconfitta senza mai nemmeno aver avuto il gusto di combattere. Ci si trova improvvisamente nel mezzo. E il mezzo basta a se stesso. L'infanzia è il vero tempo della redenzione, perché solo lei ha la potenza di far aderire le cose ai nomi, di farli venire alla presenza come puri mezzi. Per questo essa deve rimanere in viaggio. Per questo essa non è affatto ristretta a un periodo cronologico della vita umana, ma ne è la sua cifra segreta in ogni tempo. Sempre.



Da quel momento gli ostacoli divengono più chiari, si stagliano sullo sfondo della società per quello che sono: concrezioni di ostilità. Rovesciarli, uno dietro l'altro, richiede più della forza bruta il raffinamento continuo di un'attitudine al combattimento, ovvero alla strategia, alla maitrise delle percezioni, delle sensazioni, e quindi della capacità di creare dei legami di verità, delle amicizie pericolose e delle alleanze il più possibile non opportunistiche. Il ricordo della prima banda di ragazzetti che tiravano sassi alle finestre di un palazzo che odiavano (sembra stampassero un giornale...), dei giuramenti di fedeltà a un'etica dell'amicizia che sapevano perfettamente cosa fosse, degli sguardi incrociati tra sorriso e terrore, lo scontro onorevole con la banda accanto e quello asimmetrico con qualche cittadino, adulto e definitivamente poliziotto. Poi improvvisi i primi manifesti che ci urlano negli occhi, le prime scritte che ci parlano dai muri, fiamme davanti casa, fumi oleosi e pagine, pagine e pagine di violenza ma anche di amore. Musica poi, la ritmica necessaria a ogni dondolamento nel vuoto e a ogni tempo della vita, dall'amicizia alla rivolta, dall'amore alla guerra, dalla distruzione alla scoperta. Finalmente si danza, gioia e rivoluzione. La radio trasmette continuamente segnali, quei segnali.


Se una radio è libera, ma libera ve-ra-men-te, piace ancor di più perché libera la mente”.



Incontrammo poi sorrisi senza volto, lingue svergognate, notti in cui la sferza del desiderio scolpiva la carne, la violenza divina e quella del diritto, la strada e le sue segrete potenze, le porte della legge e l'assenza d'opera, la corsa a perdifiato e l'immobilità morfinica, la parola libera e quella sorvegliata, il delirio della soggettività e l'estasi del noi. La luna a mezzogiorno e il pessimismo che inclina verso la salita, la tristezza dell'addio per sempre e la gioia dell'incontro gratuito. Il comunismo lavorava i nostri muscoli e ci faceva belli. Il no future era anche una promessa, in questo senso. Non si potrà mai perdonare chi lo ha scambiato per un urlo nichilista e basta. Una promessa che non era al futuro, questa categoria brutalmente socialdemocratica, ma al presente che a ogni attimo si ripete biforcando, moltiplicando, sottraendo, ma sempre conficcato in un tempo che viene, mai nel futuro. Per il passato vale la regola che solo il suo resto ha importanza. Quello che non resta è, non troppo paradossalmente, quella storia che è sempre, lo sapete, storia dei vincitori. La storia del dominio, cioè, storia del capitale e dello stato, della merce e dell'Impero.



È qui, in questo resto, che iniziano a formarsi quelli altri noi nei quali vivere non equivale, non sempre almeno, a vergognarsene.



postato da: benjamenta alle ore 01:42 | link | commenti (6)
categorie: etica, autonomia

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