"Da quando mi trovo qui all'Istituto Benjamenta, sono già riuscito a diventarmi enigmatico"


Il Partito Immaginario è la sede della potenza.
Tiqqun
L'Ingovernabile che viene...

Qualcuno ci ha detto recentemente che indicare l'Ingovernabile come nome comune della politica estatica era stato un balzo nel futuro prossimo - un futuro che poi sarebbe ora - e che l'unica falla del discorso era contenuta nel fatto che ovunque sembra emergere questa dimensione tranne che nelle lande italiche. Immaginiamo si riferisse ai fatti del Peloponneso, a qualche scintilla francese, cose così insomma. Come Istituto Benjamenta diciamo che la risposta non è una affermazione o una negazione a fronte di questa rispettabile tesi. Non lo è non solo per una questione metafisica, che pure ha i suoi motivi, o di una banale dialettica che vuole che in ogni affermazione vi sia una negazione e contrario. Non v'è risposta secca che sia in assoluto soddisfacente perché Ingovernabile è il nome di una condizione dell'essere – e sappiamo quanto la topologia di questo sia differente da una qualsiasi cartografia del “conflitto sociale” - o, ancora, è il segnale di un'assenza di fondamento radicale, nella sua estraneità a ogni esistenza politica che non faccia i conti con l'irriducibilità di una forma-di-vita che ha scelto di non essere governata da alcun governo X, qualunque sia la sua politica e qualunque nome esso porti. Siamo certi comunque che non sia semplicemente l'appellativo ultimo in ordine di arrivo per definire una fenomenologia rivoltosa. Seguire con interesse l'emersione di un Ingovernabile sul selciato divelto di una metropoli qualunque non vuol dire identificarlo punto per punto con quell'avvenimento e nemmeno con quella forma singolare di apparizione. Sembra banale dirlo, ma spesso scambiamo ciò che accade lì per il tutto e ciò che avviene qui per il nulla. O viceversa. L'Ingovernabile se ne fotte di questa geografia della miseria esistenziale, così come di tutte le squallide storie che la circondano.
Il problema delle lande italiche non è nella poca politica, al contrario, è nel suo essere troppa rispetto a un nulla di politico. Inoltre, la verità è che a fronte di molte, moltissime, esistenze che cercano il gesto politico, di eseguire l'Ingovernabilità della propria esistenza, il troppo della politica le annega in un festival delle parole inutili e delle azioni ammazza-desiderio che le impediscono di trovare uno spazio di incontro. Perché invisibili, queste esistenze, lo sono per vocazione, pas de probleme.
Forse è una questione di fiducia nel proprio coraggio. Di un eroismo anonimo, da singolarità qualunque, senza viso, senza soggetto, forse.
..Forse...

Una vita banale
È esperienza diffusa, si potrebbe dire banale ormai, quella di avere la sensazione di vivere nel proprio corpo e nella propria città come in dei luoghi ostili. Il malessere che si prova passeggiando per una metropoli si riverbera in quello percepito appena sotto la pelle, e viceversa. L'illusione di avere una vita privata è parallela a quella che ve ne sia una pubblica. Quello che si continua a difendere come intimità da un lato, e come bene pubblico dall'altro, non è altro che il completamento di un processo biopolitico che produce un'estraneità a sé e agli altri: il risultato di un'anestetizzazione di massa a cui la borghesia, a partire dal XVIII secolo, ha dedicato gran parte delle sue forze. In questo conflitto essa ha però perduto il suo “stile” e le sue stesse fattezze di Classe, lasciando il campo a una piccola borghesia globale che ha fatto del proprio essere neutrale la sua missione storica. E se la borghesia ha perduto se stessa, dall'altra parte il proletariato ha cominciato a perdere nel momento in cui non ha saputo far fronte a questo languido scivolamento verso l'annientamento dei suoi gesti più quotidiani e così ha perso anche i suoi luoghi, le sue piazze, i suoi mondi, i suoi giochi, i suoi eventi. Le forme-di-vita proletarie si sono esaurite nel momento in cui la loro etica si è dissolta nell'incapacità di far giocare la vita stessa nel corpo a corpo con i dispositivi di sfruttamento e di oppressione, barattando il fatto della rivoluzione con la promessa di un astratto benessere individuale composto da plastica e silicio.
La democrazia ha trionfato marciando sulle rovine di un quartiere proletario mentre planava su di una piazza disegnata da Rem Koolhaas che occulta l'orrore della devastazione su cui sorge. Da qui in poi essere soli insieme è il sigillo di una metropolizzazione della vita che raggiunge oramai ogni sperduto villaggio del pianeta. Per questo la linea del fronte ormai passa attraverso ogni individuo, ogni oggetto, ogni strada, ogni quartiere, ogni foresta. Nel mezzo di questo disastro, desiderare ancora è già prendere partito.
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La guerra quotidiana comincia dunque a partire dalla pelle e dalla strada, dalle membrane che danno l'apparenza che esista ancora un dentro e un fuori, un privato e un pubblico. Inizia dall'impossibilità di toccare e essere toccati da un'emozione, un affetto, un'amicizia, un odore, un evento e di condividerli. Sulla pelle si è distesa per poi penetrarla la Legge, tatuando sulla schiena una incomprensibile condanna a vita. Le strade delle città, quando non sono del tutto militarizzate, si aprono su edifici in cui è lecito solo il consumo di un immaginario malato e il divertimento più volgare. Per i più coltivati vi sono magari le parentesi costituite dalle gallerie d'arte in cui si gioca senza alcuna serietà a scandalizzare una Classe che nemmeno esiste più: qualcuno dovrà incaricarsi di comunicarglielo.
Poi, un giorno ti svegli e il tuo corpo si è mutato in scarafaggio o in un sito di esperimenti genetici. Un giorno ti svegli e la città è diventata un campo di concentramento mentre il villaggio è stato occupato da gendarmi che controllano con dovizia ogni punto dello spazio, ad ogni attimo del giorno. Il tempo e lo spazio sono saturati da una infinità di astruse obbligazioni, di ordini amministrativi e giudiziari, terapeutici e intellettuali che aderiscono alla fisionomia di ciascuno e di tutti. La biometria, in fin dei conti, non è altro che la branca più marcatamente poliziesca del design metropolitano.
Kafka ha già descritto tutto questo e ogni saggio sociologico è una glossa malriuscita ai suoi racconti.
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Il desiderio allora di abbandonare l'estraneità forzata che permette alla metropoli capitalista di sussistere e insistere, diviene sempre più forte, sempre più urgente. La politica che viene comincia dallo scoprire che operare una qualche forma di secessione e ricomporre un comune è questione di vita o di morte. Spesso ciò significa portare l'estraneità fino alla sua totale esposizione, aprendo al massimo grado possibile l'indistinzione tra pubblico e privato che il biopotere impone come regola dell'eccezione, nel mentre ricomponiamo tutte ciò che è perduto e per questo solamente appropriabile: secessione e comunità sono lo stesso, indivisibile, gesto. Non si va via da soli, da questa civiltà. Gli atti di secessione sono ciò che resta di ogni insubordinazione e creano all'interno stesso del tessuto metropolitano dei buchi proliferanti di vita, delle zone di opacità più o meno ampie che prendono l'aspetto di una foresta che doppia il territorio: un territorio estatico.
L'Io e la Metropoli sono i due apici del nastro trasportatore su cui scorre una infelicità condivisa, interromperne il flusso è il gesto estatico per eccellenza dunque. Nessuna vita privata e nessuna vita pubblica potrà mai colmare la distanza tra sé e sé e tra sé e gli altri, solo il loro annientamento permetterà a una Comune di sorgere impunemente dalle ceneri di una civiltà votata all'adorazione del nulla.