"Da quando mi trovo qui all'Istituto Benjamenta, sono già riuscito a diventarmi enigmatico"

L'eccedenza e l'immondizia.
“L'insurrezione della monnezza” ci conferma molte cose e ce ne insegna di nuove: come ogni vera lotta la sua intensità si misura infatti non solo da quanta energia si sprigiona nel corso del suo dispiegamento, dalla forza impiegata per resistere, o dalla quantità delle persone impegnate, ma anche da come essa si inserisce, o meno, dentro un quadro generale che la eccede – che innanzitutto è quello della forma-metropoli - ma allo stesso tempo dalla singolare eccedenza a cui dà luogo. In questa eccedenza dimora la sua verità. A differenza dell'immondizia, che è anch'essa una eccedenza ma di tipo negativo (si getta via ciò che non si usa), le lotte ne fabbricano una da usare e in cui abitare.
Il contesto economico, politico e antropologico in cui è sorta questa lotta nel napoletano lo possiamo comprendere rileggendo l'inchiesta condotta da Antonio Musella e pubblicata da Claims! ( http://www.globalproject.info/art-12822.html) già a partire dallo scorso giugno. Seguendo la monnezza ci dà immediatamente una prima conferma e un insegnamento. Per quanto riguarda la prima, essa ci dice che la pratica dell'inchiesta, o meglio, della conricerca - che ieri si faceva all'interno di una precisa spazialità comandata dalla fabbrica e oggi viene calata in quella che chiamiamo fabbrica sociale metropolitana, che è una spazialità esplosa, frattale, intimamente segmentata - è non solo utile alla conoscenza teorica bensì costituisce un irrinunciabile strumento di intervento politico, ovvero di organizzazione dei saperi e delle forze all'interno di una composizione tecnica e sociale determinata. Anche di una composizione così densa e difficile da “seguire” come può esserlo quella di una metropoli, e tanto più di una metropoli come Napoli con la sua specifica informalità che, nel bene e nel male, ne caratterizza la fisionomia complessiva nella sua storia di lunga durata. Ma non vi è lunga durata che non preveda discontinuità profonde, interruzioni e deviazioni improvvise che ci consegnano infine una potente, pur se temporanea, composizione politica.
Questo è ciò che ci guida all'insegnamento dell'inchiesta, infatti: essa può mostrarci a ritroso se non in anticipo, come spesso accade, il limite passato il quale un contesto economico-politico-antropologico esplode, riversandosi come lava incandescente su ogni singolo segmento. Nulla è stato risparmiato in questa occasione: governi centrali e locali, attività produttive di ogni tipo (anche quelle camorristiche: pure la droga fa fatica a passare attraverso i blocchi...), organi della repressione e dell'informazione, rappresentanza politica e sociale. Le stesse strutture di movimento ne vengono investite e trasformate, portate a scegliere di aderire alla forma di organizzazione che si mostra immediatamente nel conflitto – forme di vita che si fanno macchine da guerra – o di continuare il solito tran tran.
Pianura insegna, ancora una volta, come un territorio non solo possa entrare in resistenza ma divenire un altro territorio: una foresta impenetrabile incastonata nel tessuto metropolitano e dentro la quale proliferano altri luoghi che negano l'unicità del territorio stesso. L'avevamo già visto con le insorgenze nella banlieue francese, ma anche nei lontani territori messicani ad esempio, che il territorio può essere inteso non solo come qualcosa di “fisico” ma come una geografia mentale, uno spazio semiotico, un corpo di desiderio, un intricato dedalo fatto di usi comuni del territorio che fanno sì che esso divenga abitabile. E sono solo le lotte che lo rendono tale, poiché la metropoli è per eccellenza l'inabitabile, cioè il fuori-uso, innanzitutto fuori dall'uso comune. Il conflitto ritaglia così uno strato del territorio e ne fa il proprio spazio, quello in cui appunto si moltiplicano le linee di fuga e che, nel momento stesso in cui si oppone alle maleodoranti e mortali spire della metropoli capitalistica, crea quegli interstizi in cui cresce una vita possibile. Il conflitto rende l'aria più respirabile. Non sarà certo qualche lacrimogeno a negare questa verità.
La gente di Pianura, la moltitudine napoletana che si con-fonde in questo conflitto, ha messo in atto una forma specifica di sciopero metropolitano dunque, e uno sciopero metropolitano è sempre biopolitico: niente più vite in perdita, niente più consenso passivo al “Rinascimento” basso-imperiale, niente più facile rendita, niente più controllo nella devastazione. Al degrado, questo sì reale, imposto dai poteri diffusi, si oppone la sana pienezza di un desiderio di vita che eccede il semplice “rifiuto dei rifiuti”, ma reclama e impone la presenza di una forma di vita autonoma e cooperante, comune e moltitudinaria. È questa presenza tumultuosa che popola quello che il comando vuole sia deserto.
Sembra strano, una specie di contraddizione in termini, eppure anche questa lotta ci mostra come il blocco, anzi i blocchi metropolitani, sono ciò che permette all'eccedenza di straripare. Non solo segni di secessione dal comando metropolitano e di interdizione delle forze avverse, bensì liberazione di territori, apertura di linee di fuga ovunque, costruzione dell'esodo. E ancora, sono capaci di divenire blocchi nomadi, come ci mostrano i comunicati del No Global No Trash (http://napoli.indymedia.org/node/2254), che se da un lato servono alla generalizzazione del conflitto, dall'altro indicano la potenza della contro-comunicazione, cioè di come i segni del conflitto (in questo caso simboleggiati dai cassonetti e dai sacchetti di spazzatura) non siano mai immobili, ma viaggiano come virus nelle arterie della metropoli, bloccandole ma anche contestando e destituendo di senso i segni del potere. Basta un sacchetto di spazzatura gettato davanti la porta di un qualsiasi luogo di comando per renderlo ridicolo...
Si è tanto parlato a vanvera di sicurezza metropolitana in tutto questo tempo e non ci si accorge che gli abitanti campani sono tra i pochi che hanno preso sul serio la questione. Certo, a volte per essere sicuri di vivere bisogna combattere, bisogna rischiare i propri corpi, ma questo gli sfruttati, gli oppressi, i senza-nulla, lo hanno sempre saputo. E non si tratta qui di qualche legge in più o in meno, di qualche decreto o di qualche misura commissariale, ma di esercizio diretto e comune del diritto all'esistenza in quanto libera forma di vita e non di poter esistere solo in quanto subordinati alla valorizzazione capitalistica “a qualunque costo”. Ci si fa moltitudine solo quando si è capaci di imporsi come presenza autonoma “con ogni mezzo necessario”. È di questo che hanno paura, non di qualche automezzo incendiato.
L'eccedenza vince sulla governance. Questo è un altro insegnamento della lotta di Pianura, perché è evidente che se i governanti sono ridotti a chiamare un poliziotto e un militare a gestire l'eccezione, la governance non è stata affatto in grado di comporre gli “interessi” con il conflitto. Gli interessi sono sempre guidati e prodotti dalla capacità della governance di secernere profitto e rendita, consenso e valorizzazione ma, in questo caso, un conflitto biopolitico radicale mette fuori gioco qualsiasi interesse che non sia quello della moltitudine a esercitare il proprio diritto: dualismo di potere. Certamente per battere la governance non è sufficiente una massa d'opinione, è necessario distendere un piano di lotta che incida direttamente su quegli interessi. Questo gli abitanti di Pianura lo hanno compreso e lo hanno praticato.
Un poliziotto e un militare possono risolvere la questione solo con manganelli e mezzi pesanti (materiali e immateriali che siano). Lo abbiamo già visto in altre occasioni, con gli stessi identici personaggi tra l'altro. Non avranno mai alcun consenso. Per questo potranno magari spezzare un blocco, reprimere una forma di vita, ricacciare indietro una moltitudine, ma non possono vincere quella ingovernabile eccedenza.
Oggi a tutti noi si pone il problema di come connettere tutte le eccedenze che abbiamo avuto e abbiamo in differenti parti del continuum metropolitano italiano ed europeo. Come fare a comporre Pianura, Vicenza, la Val di Susa, le banlieues, gli spazi sociali, le fabbriche in lotta, i migranti in fuga, i precari senza voce, le donne insorgenti e gli studenti insofferenti? Come mettere in comunicazione le foreste che bucano i territori metropolitani? Come rendere abitabili sempre più luoghi?
Fare moltitudine oggi significa rispondere praticamente a questa domanda.
